
per una volta, scrivo il titolo prima del post. con il nick che mi ritrovo, è troppo ghiotta la citazione a sakamoto; avendo scelto il nick prima di conoscere il pezzo - il brano in realtà lo conosciamo tutti: qualcuno lo conosce come forbidden colours in versione cantata, pochi altri ne conoscono la versione strumentale che si chiama merry christmas, mr. lawrence che era il tema principale della colonna sonora di furyo -, posso usare il verbo ritrovare anche in questo caso, ma normalmente non avrei potuto dirlo. a dire il vero, ormai sono il drharrison, ma su splinder rimango mister: fa altolocato ma non spocchioso.
succede che oggi sia andato a prendermi qualcosina per natale - dribblo i bordelli prenatalizi, se posso, posticipando tutto -, e gli acquisti valgono in parte anche come propositi per il nuovo anno. al solito, libri, dischi e film. ma nei prossimi giorni rincarerò la dose, credo.
non sono stato un prenatalizio sarcastico; non sono neanche stato preso da altre cose, non campo la scusa dei 2 o 3 esami da preparare. c'è stato un mezzo buco nero dal quale sono stato risucchiato, ma non depressivo come può capitare durante le feste; sono stato - e un po' sono ancora - semplicemente apatico. quest'anno, più degli anni scorsi - e già così ho detto tutto - ci si è trovati nel vuoto, e per affrontarlo bisogna prendere le distanze.
vorrei scrivere il post di fine anno, ma posticipo. l'anno non è ancora finito, e non me la sento di tirare le somme ora; ammesso e non concesso che me la sentirò nei prossimi giorni. lo farò comunque, ma approfitto del lusso di poter procrastinare. mi godo i miei regalini, alla faccia di chi me vo' male.
sto cercando di fare ordine nel mio cervello, per capire cosa sia successo di importante nell'ultimo da segnalare nel post di fine anno. gli avvenimenti grossi li so, ma forse quelli più consoni ad un blog come il mio, quelli che riguardano libri e dischi e film, sono dri da trovare. fatico sempre a ricordare cosa abbia letto nell'ultimo anno, non ho una cronologia chiara di queste cose: una volta fagocitate, entrano in un eterno presente. qualcosa tra le mani comunque ce l'ho - evitiamo le battutacce -, e può venir fuori un elenco importante. non particolarmente lungo, ma denso, sentito.
per passare ad altro, ahimè mi ripeterò, ma vorrei scrivere di canzoni. non lo faccio perchè mi occupo solo di quello, ma quando navigo ascolto sempre musica, e questa condiziona i miei pensieri, e qui li smaschero. un bellissimo disco mi sta accompagnando in questo momento: north di elvis costello. di costello parlerò prossimamente. qui mi interessa pensare a un'altra cosa: le canzoni di questo disco sono delicate in maniera imbarazzante, al punto di non essere più universalmente belle, ma di richiedere un determinato stato d'animo e una determinata sensibilità perchè vengano apprezzate. questo disco, in formazione voce-piano-orchestra, è stato inciso per la deutsche gramophone, che storicamente produce solo musica classica. l'apertura a costello - e quest'anno a sting con le songs di downland - fece scalpore, ma lui, è evidente all'ascolto, ha fatto di tutto per essere "appropriato". non c'è rock, ci sono canzoni straordinarie in un pacchetto vagamente anni '40.

non posso negare che al momento questo strano omino inglese sia il mio modello principale per la scrittura delle canzoni - è una autore di bridge al livello di mccartney, lennon e harrison, oltre a battersela alla pari con bacharach, con cui ha anche inciso un increcibile disco, painted from memory; insomma, uno dei più grandi songwriters viventi -, ma mi chiedo se, concettualmente, non avrei preferito un disco "rumoroso" - nello stile di costello, ça vas sans dir -. certamente preferisco le melodie, ma sarebbe stata una bella provocazione.
sono certo che ci sia stato un accordo neanche troppo tacito tra lui e la casa tedesca, e comunque apprezzo molto il gesto. ma concettualmente non sono soddisfatto al 100% del fatto che delle canzoni vengano pubblicate dalla deutsche a patto che siano presentate così, che il jazz sia stato "legittimato" perchè stravinskij lo ha reinterpretato e che il suo studio venga spesso fatto in maniera scorretta, cioè attraverso l'analisi della partitura e non della registrazione, processo applicabile solo per la musica di tradizione accademica, che la musica popolare sia importante perchè ha fornito spunti a beethoven, brahms - che ha compiuto dei crimini armonici "raddrizzando" certe cose -, bartòk e chi più ne ha più ne metta, che il rock sia legittimo perchè berio ha scritto un saggio su di esso - cosa che troppi musicologi sembrano aver dimenticato... -. lo stesso valga per la letteratura o per il cinema.
sentir parlare di legittimità per le espressioni umane mi infastidisce. nel frattempo, però, mi siedo e mi godo i risultati dei tentativi di mediazione.
north, di elvis costello
cosa difficile da definire, l'ispirazione. cos'è? ma soprattutto, da dove diavolo arriva? molto spesso i songwriters dicono di scrivere melodie che, di fatto, "si fanno scrivere" da sole, come se fossero ispirati divinamente. quello di cui vorrei scrivere ora, si scosta di poco da ciò, e tocca l'ispirazione tratta da un'altra opera.
leggo ora su wikipedia che nightporter dei japan - da gentlemen take polaroids, ne parlo non molti post fa - è una rielaborazione delle gymnopedies di satie, che adoro - ma forse è limitativo -. lì ho capito perchè, di quel disco, su tutte mi ha colpito tale canzone, ma di fatto ancora adesso che la sto ascoltando... beh sì, proprio ora qualcosa lo riconosco, il tempo ternario, le settime maggiori, ma non ci avrei mai pensato. e mi è capitato tante di quelle volte di sentire dire da autori che sono partiti elementi che poi, nel prodotto finale, non ritrovavo. in tutte le arti: c'è chi parte da v per vendetta e io non me ne accorgo, chi imita la musica soul della motown anni '50 e '60 ma a me non sembra... dostoevskij è partito da dei delitti e delle pene di beccaria - oltre alle sacre scritture - per delitto e castigo, ma a me in prima istanza non sarebbe venuto in mente - e non necessariamente per ignoranza; anche, ma non necessariamente -. l'ebony quartet di stravinskij parte dal jazz... se non me l'avessero detto, non me ne sarei accorto. lo stesso valga per rag piano music dello stesso autore - che ho messo tra le mie opere "classiche" preferite nella colonna a destra -. quanta contemporaneità è partita dal medioevo e a noi proprio non sembrava!
beata di illusione di un sapere che, a tutti i livelli, in fin dei conti non è mai sufficiente, unita ad un'altra meravigliosa caratteristica umana, alla quale mi sto appassionando di recente: la capacità di interpretazione. lo statuto di ambiguità umano permea anche le nostre produzioni, fino a permettere di attribuire significati profondamente diversi ad uno stesso oggetto osservato, per cui una stessa cosa vuole dire tante cose diverse quante sono le persone che ne fruiscono. è verissimo che c'è significato in chi guarda e non in ciò che è guardato. ragazzi se è vero. e, ragazzi, com'è facile prendere il volo con questi discorsi...
una novità per via sacchi: quest'anno festa natalizia dei negozi, e ci mettiamo anche la musica. i miei fidi fumettari mi hanno opzionato per questo pomeriggio, e ho tenuto banco al freddo polare di oggi dalle 15.30 fino alle 19.00. al solito i complimenti, anche un paio di monetine, ma soprattutto...
sul finale, quando il freddo si è irrigidito ulteriormente, giunge un primo tizio un po' strano ed entusiasta che mi lascia qualcosa come 35 centesimi. poi viene raggiunto da 2 amici, uno evidentemente ubriaco marcio. coda di capelli color topo, cappello come il mio ma che su di lui faceva effetto texas ranger, sdentato. mi chiede i pink floyd. li ho rifiutati un paio di ore prima ad un ragazzo, ma lui era più malleabile, questo è ubriaco, meglio non contraddirlo. wish you were here. lui urla solo quello, in qualsiasi momento. la faccio, se ne vanno. tornano; rifalla, chiedono. la inizio, e arriva il quarto 'mbriaco. io ho già staccato tutto, suono da 3 ore e mezza. tu accompagnami, io canto, ho una bella voce. che cosa? chiedo io. e chi cazzo se ne frega, tu accompagnami. ma devo sapere la canzone! ribadisco. non è importante. alla fine, con la strumentazione staccata, ho finito wish you were here, e lui ci ha aggiunto delle cazzate sopra urlacchiando. me la sono cavata con la solita diplomazia.
proprio a me, che i pink floyd mi rompono i coglioni...
p.s. qualsivoglia forma dialettale, discorso diretto libero ed errore sintattico è stato fortemente voluto dall'autore del post, causa affetto per carlo emilio gadda.
di ritorno da una prova che doveva essere anche seduta di registrazione - poi a causa di un conflitto tra il computer e la scheda di acquisizione dell'addetto non se ne è fatto nulla -, mi sono ancora trovato a riflettere su cosa io sia musicalmente. sicuramente problematico - come in tutto il resto -, ma questa definizione non può soddisfarmi, non essendo sufficientemente "definitoria" - perdonate il bisticcio -. ero in mezzo a jazzisti, ho suonato jazz - di quello classico, che ogni tanto mi sembra non solo ripetitivo, ma addirittura pleonastico - e mi sentivo a mio agio. ma, some sempre, non del tutto. quando sono con dei rockettari, mi sento allo stesso modo. idem se dovessi fare pezzi di jobim o del noise. mi sento sempre dentro le cose, ma con una gran parte di me fuori.
e allora qui torna il concetto base su cui fondo tutto: il jazz non è un genere, è un approccio. io sono un jazzista sempre, qualunque cosa faccia, che sia esporre una relazione o suonare un pezzo dei king crimson o di david bowie, o che fosse - ai tempi - scrivere un tema. o anche per scrivere un post, oggi. ma lo sono anche quando parlo con il mio psichiatra. maneggio quello di cui sto parlando, non ho bisogno di scalette, schemi o quant'altro: si va a braccio, tanto si vada dove si vada, ci sono. io definisco i confini entro i quali stare, ed entro essi sono libero di muovermi.
questo è il jazz, è libertà autogestita. nel mio caso, con grande attenzione e cura, con l'idea di permettermi tante libertà, tutte quelle possibili. e imparare nuove strade è solo un modo per imparare nuovi modi per essere libero.
quindi anche quando suono un pezzo dei cream, sono un jazzista. a modo mio, ça va sans dir. ma è implicito in ciò che ho detto, no? e allora, come si può non voler essere jazzisti?